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... indica un posto dove si cerca un orientamento, ma il luogo dove lo si può trovare—l'orientamento—non è questo.  Ciascuno è (dovrebbe essere) la rosa dei venti di se stesso. 

 







The Liberty Bell

«Proclaim LIBERTY throughout all the Land unto all the Inhabitants thereof Lev. XXV, X
By Order of the Assembly of the Province of Pensylvania for the State House in Philada»
1752



"If I had a bell
I'd ring it in the morning
I'd ring it in the evening ... all over this land,
I'd ring out danger
I'd ring out a warning
I'd ring out love between all of my brothers and my sisters
All over this land.
...

It's a bell of freedom"

Lee Hays and Pete Seeger
["If I Had a Hammer"]








 

"Friends, Romans, countrymen, lend me your ears;
I come to bury Caesar, not to praise him.
The evil that men do lives after them;
The good is oft interred with their bones;
So let it be with Caesar. The noble Brutus
Hath told you Caesar was ambitious:
If it were so, it was a grievous fault,
And grievously hath Caesar answer'd it.
Here, under leave of Brutus and the rest--
For Brutus is an honourable man;
So are they all, all honourable men--
Come I to speak in Caesar's funeral.
He was my  friend, faithful and just to me:
But Brutus says he was ambitious;
And Brutus is an honourable man.
He hath brought many captives  home to Rome
Whose ransoms did the general coffers fill:
Did this in Caesar seem ambitious?
When that the poor have cried, Caesar hath wept:
Ambition should be made of sterner  stuff:
Yet Brutus says he was ambitious;
And Brutus is an honourable man.
You all did see that on the Lupercal
I thrice presented him a kingly crown,
Which he did thrice refuse: was this ambition?
Yet Brutus says he was ambitious;
And, sure, he is an honourable man.
I speak not to disprove what Brutus spoke,
But here I am to speak what I do know.
You all did love him once, not without cause:
What cause withholds you then, to mourn for him?
O judgment! thou art fled to brutish beasts,
And men have lost their reason. Bear with me;
My heart is in the coffin there with Caesar,
And I must pause till it come back to me. (...)"

W. Shakespeare        

Julius Caesar
Act 3, Scene 2













questo blog sostiene «Riformisti», il blog dei blog riformisti






 

 

 


 

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30 marzo 2004

SoS TIBET

Su Famiglia Cristiana : parla Dolma Gyari, vice-presidente del Parlamento tibetano in esilio (a Dharamsala, nel Nord dell’India), nonché una dei 120 mila esuli che non vogliono o non possono ritornare nel Tibet occupato militarmente dalla Cina fin dal 1959.

«Ora non stiamo più lottando per avere una nazione, ma per salvare un’identità»

«Abbiamo abbandonato la battaglia per l’indipendenza del Tibet, ma ci sono problemi che richiedono una soluzione immediata. Adesso i tibetani sono una minoranza in Tibet, che è diventato una zona nuclearizzata ed è usato come discarica di scorie nucleari. La cultura e la religione tibetane, il nostro stesso modo di vivere sono a rischio. Che cosa vogliamo per il nostro popolo? Una reale autonomia, il diritto di governarsi e avanzare verso una genuina democrazia. Vogliamo pace, diritti umani, rispetto della vita e protezione dell’ambiente in Tibet».

«Ogni famiglia tibetana ha perso qualcuno. Non furono sempre uccisi, ma morirono anche di fame e di freddo, come mia nonna e uno zio. Tante donne furono violentate, comprese le monache buddhiste; ancora oggi molte monache sono tenute prigioniere: per sperare di essere liberate, hanno bisogno dell’aiuto internazionale».

Clicca qui per leggere il resto dell’articolo di Rosanna Biffi.

 




permalink | inviato da il 30/3/2004 alle 19:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

30 marzo 2004

L'ossimoro di Amato

«Ancorché i vostri rapporti con Dio non siano dei migliori, io chiedo a Dio di benedire i radicali che cercano di introdurre nell’agenda dei governi una serie di temi troppo trascurati come la lotta alla miseria, l’ambiente, l’istruzione di centinaia di milioni di bambini a cui viene negata, la costruzione della democrazia nei Paesi di cui si cerca la stabilità».

E’ probabile che Amato, quando ha pronunciato queste parole, nella giornata conclusiva della Convention radicale,  fosse perfettamente consapevole di interpretare puntualmente il pensiero e il sentire di una particolare tipologia di estimatori della storia e della singolare testimonianza nella scena politica italiana di quel manipolo di esagitati mangiapreti. Il pensiero e il sentire, cioè, di coloro i quali, pur saldamente ancorati alle proprie convinzioni religiose, continuamente si sorprendono a pensare un gran bene della cultura politica dei radicali italiani. Con un risultato che ha parecchio di quegli ossimori di cui proprio Amato si lamentava solo pochi giorni fa. E tuttavia cos’altro ha fatto il “Dottor Sottile” se non coniare un nuovo ossimoro, quello di quei “maledetti” radicali che sono tuttavia da benedire?

Come la mettiamo, dunque? Calma, bisogna capire una volta per tutte che ci sono ossimori e ossimori : quelli cattivi sottendono una buona dose di disonestà intellettuale (unitamente a qualche altra qualità di cui non andare troppo fieri), quelli buoni, al contrario, tradiscono una insopprimibile passione per la verità, oppure per la giustizia, o per la libertà—o per la giustizia e la libertà insieme, come l’ircocervo liberalsocialista di crociata memoria, di cui si è parlato qualche giorno fa commemorando Norberto Bobbio. 

Si potrebbe ricordare—saltando dalla politica alla letteratura, esercizio non così spericolato come comunemente si crede—la siepe di cui Leopardi si servì per parlare dell’infinito, accostando qualcosa di definito e limitato a ciò che oltrepassa ogni possibilità di definizione e di comprensione, e questo proprio per avvicinarsi all’inavvicinabile. Ed ecco la perfetta metafora del supremo ossimoro, il Tao che si lascia intuire oltre la contraddizione.

Amato e Pannella, Amato e Bonino, insieme, potrebbero regalare alla politica ciò che la politica non ha ancora immaginato. Ben al di là delle non insuperabili differenze sull’Iraq. Ben oltre le applauditissime convergenze su Sofri e sui diritti della ricerca scientifica («sono più bacchettone di voi ma penso anch’io che sia un delitto far morire milioni di embrioni inutilmente»).  Che ci provino è il minimo che si possa fare. In ogni caso fa ben sperare Pannella quando dice : «Giuliano, non ti mollo. Vediamo cosa riuscirai a mettere nel programma di quanto ci hai detto oggi e noi potremmo starci».

La registrazione audio-video dell'intervento di Amato è disponibile sul sito di RadioRadicale.

 




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28 marzo 2004

Alle radici dell'odio

Alle radici di quell’odio globale al quale il fondamentalismo islamico attinge a piene mani possono esserci innumerevoli fattori, alcuni direttamente dipendenti dalla volontà deliberata dei destinatari di questo ignobile sentimento, altri un po’ più difficilmente controllabili, in quanto correlati a complesse situazioni generate dalla storia, dall’economia (e dalle sue leggi spesso spietate) e da un’infinità di sostrati inconsci e consci che solo in minima parte vengono messi a fuoco dalle analisi che vengono frequentemente proposte dagli studiosi di geopolitica e di molte altre discipline interessate a questa materia.

 

Noi ci schieriamo, dichiariamo che su certe questioni non si può essere flessibili oltre un certo limite, oppure sfiliamo “per la pace” e ci laviamo le mani di tutte le complessità e delle responsabilità che l’Occidente dovrebbe avere il coraggio di assumersi, spesso rivendicando il diritto ad una dissociazione proprio nei confronti di quell’Occidente che gli altri vorrebbero difendere. C’è chi è pro-America, come lo scrivente, e chi è visceralmente antiamericano, come la stragrande maggioranza dei cosiddetti pacifisti, e c’è pure chi sta nel mezzo—in maniera opportunistica, oppure con un’equidistanza sofferta, che si può non condividere ma che bisogna rispettare e in ogni caso non è da attribuire a tutti i costi a falsa coscienza, viltà, cecità o insensibilità. Ci possono essere ancora altri che si dichiarano pro-Occidente ma non pro-America, filo-Chirac e anti-Blair, e così via, con sfumature e connotazioni le più varie e a volte stravaganti.

 

Va bene, tutto questo c’è e non si può cambiare. Ma c’è anche qualcosa che dovrebbe unire tutti, filo e anti questo o quello. Ma di rado se ne parla. O meglio, non se ne parla senza mettere in mezzo ideologie o comunque ermeneutiche troppo parziali e settarie. Ma Giuliano Zincone, sul Corriere di oggi,  ha rotto l’incantesimo. Complice il quotidiano Libero. E quei fattori che, come si diceva all’inizio, sono alla radice dell’odio e possono essere ascritti alla volontà deliberata dei destinatari di quel turpe ma diffuso  sentimento, improvvisamente emergono dalle nebbie dell’indeterminatezza  e ci guardano di sottecchi, ci sfidano. E sono fattori bipartizan, che non lasciano scampo. Vergognarsene è il minimo. Leggere qui di seguito per capire perché.

 

 

 

Gli Indiana Jones della superiore inciviltà

di Giuliano Zincone

 

Aristide Malnati è un esperto: ha partecipato come assistente a nove campagne di scavi nell’oasi egiziana del Fayyum, esplorando il sito greco-romano di Tebtynis. Ora Malnati racconta (su Libero ) che un gruppo di professori del Cairo ha deciso di denunciare alle autorità locali e all’Unesco i comportamenti «neocolonialisti e razzisti» di molti archeologi stranieri, che sfruttano e maltrattano la manodopera locale. Tra gli aguzzini sarebbero compresi anche gli Indiana Jones italiani e, in particolare, i ricercatori dell’Università Statale di Milano. Secondo l’accusa, i sorveglianti (o raìs ) frustano gli operai quando tentano di riposarsi. Questa gente lavora sette ore al giorno, sotto un astro cannibale (all’ombra, i gradi sono 45), per guadagnare circa tre euro. Niente occhiali contro la polvere e contro il sole, niente scarpe. E la sabbia nasconde scorpioni, schegge, serpenti. Una tenda per dormire in dieci, un buco in terra come wc comune. Poi, bastonate per chi si distrae, per chi perde tempo scaricando i detriti. I fanatici dei «relativismi culturali» rifiuteranno di scandalizzarsi. In fondo (diranno), il costo del lavoro è quello che è, in Egitto. La frusta è un’usanza locale, le scarpe e gli occhiali non sono attrezzi comuni per quella classe operaia sottomessa, abituata al caldo, alla coabitazione e alle ancestrali scomodità. Può darsi, può darsi. Peccato che il benessere (il decente trattamento) di questi lavoratori dipenda da chi li ha assunti e cioè dagli squisiti intellettuali dell’Occidente. Peccato che il severo articolo di Aristide Malnati sia uscito sul giornale ( Libero ) che più d’ogni altro esalta «la nostra superiore civiltà».
Se allarghiamo lo sguardo e ci allontaniamo dall’Egitto, siamo costretti a osservare almeno un paio di panorami sempre uguali. In assenza di regole e di castighi, chiunque abbia facoltà di sfruttare il prossimo esegue puntualmente questa condanna, mettendo al primo posto il proprio guadagno. Senza andare troppo lontano vediamo che, in Italia, si accumulano profitti assoldando con pochi euro immigrati stagionali per opere di facchinaggio, per la raccolta di pomodori o di carote, per i piccoli mestieri che gli italiani rifiutano. Ma li rifiutano quando sono sottopagati, non garantiti, non assistiti. Li accetterebbero, forse, in cambio di un equo trattamento. E allora bisogna ammettere che, qui come in Egitto, non prevale la sete di civiltà, ma la semplice fame di risparmi. La quale da noi (da noi!) uccide quattro lavoratori al giorno, perché, soprattutto nei cantieri, si tagliano le spese per la sicurezza. E poi, certo, tutti gli investimenti volano altrove, e inseguono i costi del lavoro più bassi, nei Paesi lontani, privi di regole fastidiose e di sindacati.
Tremenda e cronica è la tentazione di esercitare un qualsiasi potere. Non è detto che questa crudeltà appartenga soltanto ai ceti privilegiati. Anzi: i poveri sorveglianti ( raìs ) degli scavi archeologici egiziani sono certamente più inflessibili contro i poveri operai di quanto non lo siano i professori occidentali che li governano. Il razzismo, in Italia come altrove, è molto (molto!) raro tra gli intellettuali e i facoltosi. Questo bubbone non è un pregiudizio, ma (ahinoi) è proprio un giudizio. E’ rarissimo, o quasi inesistente, l'ebete che crede d'appartenere a una «razza pura». E’ sempre più frequente, invece, il comune cittadino delle periferie che (a torto o a ragione) si sente assediato dagli immigrati, dallo spettacolo degli agnelli sgozzati sul terrazzino, dai rumori notturni del Ramadan, dai bimbi esotici che frenano tutta la classe perché parlano male l'italiano, dai lavoratori che accettano bassi salari e che, dunque, diventano «concorrenti sleali». E’ triste constatarlo, ma è inutile negarlo: soltanto i poveri rischiano di diventare razzisti. Durante il colonialismo francese, gli africani temevano soprattutto i petits blancs , i bianchi subalterni che erano i più arroganti e crudeli, perché la loro condizione sociale era molto simile a quella dei neri e, quindi, potevano ostentare soltanto il colore della pelle come segno di dominio. Continueremo a fare quest'errore, in Egitto, a Milano, a Roma? E sarà questa la bandiera della nostra «superiore civiltà»?

(Corriere della Sera, 28 marzo 2004)

 

 




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26 marzo 2004

L'Iraq e i suoi (benemeriti) traduttori

Dunque, tradurre è sempre una gran bella cosa, e a volte le sorprese corrono di qua e di là per la blogosfera sulle agili gambe dei traduttori. Ne fornisco un paio di esempi illuminanti, e lo faccio con un giorno di ritardo—il che non è tanto un’ammissione di colpa (una strada pericolosa che si sa dove comincia ma non dove finisce) ma l’annuncio di una doverosa riparazione—non senza un certo afflato particolarmente amichevole e grato nei confronti della benemerita categoria di cui stiamo parlando, quella dei traduttori, preferibilmente occasionali.

 

Se qualcuno crede che stia menando il can per l’aia, ha capito male, caso mai sto preparando il lettore a qualcosa che lo sorprenderà (se piacevolmente o spiacevolmente, è affar suo, non mio, anche se spero prevalga la prima delle due ipotesi).

 

Allora, venendo ai fatti, Paolo (I Love America) viene a sapere da Alessio (Orestina) che un tizio in Iraq ha scritto una cosa in inglese per fare qualche osservazione ai pacifisti. Paolo va a leggere e decide di tradurre in italiano il tutto. E ha reso un servizio a tutti (anche a chi l’inglese lo conosce, non fosse altro che per la speditezza della lettura). Grazie, grazie davvero, caro Paolo.

 

Secondo esempio : un signore legge Le Monde, e scopre che gli iracheni non amano per niente i francesi (La politique de la France reste très vivement critiquée par les Irakiens), anzi, contro ogni previsione, ne pensano tutto il male possibile. E allora che fa? Ovvio, traduce in inglese l’articolo (France's policy is still sharply criticized by Iraqis), che Normblog puntualmente segnala. E le idee circolano. Niente male, direi. Niente male. 




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24 marzo 2004

Liberalsocialismo in Europa

Liberalsocialismo in Europa, il futuro di una tradizione (Liberal-Socialismo e riformismo in Europa - Il cuore dell'eredità liberalsocialista).

Questo il titolo del convegno internazionale che, come molti sanno, si è svolto a Torino il 19 e 20 marzo, per iniziativa della rivista Reset (in collaborazione con il quotidiano Europa e l'associazione "LibertàEguale") e  in ricordo di Norberto Bobbio.  Tra gli intervenuti Giuliano Amato e Anthony Giddens.


Di rigore segnalare su Caffe’Europa una sintesi del convegno (già linkata da Lo Struscio ieri), e su  RadioRadicale.it  le registrazioni audio-video di tutti gli interventi (prima giornata e seconda giornata).

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23 marzo 2004

Gandhi e i neoliberals sul Riformista

Oggi Il Riformista ha deciso di mettere in mora tutti quelli che dai giornali non si aspettano di essere intellettualmente provocati e presi per il bavero, maltrattati, al limite, e sottoposti a sgradevoli docce scozzesi, preferendo di gran lunga essere blanditi con la ripetizione in tutte le salse di ciò che vogliono sentirsi dire.


Lo ha fatto con tre pezzi forti che stupiscono e spiazzano senza pietà. Il primo—da cui apprendiamo cose insospettabili (per i più) sul satyagraha—è di Edoardo Camurri, ed  è qualcosa di più di una bella recensione dell'ultimo libro di Mark Juergensmeyer, direttore del Dipartimento di Studi globali dell'Università della California, Come Gandhi - un metodo per risolvere i conflitti (Laterza, traduzione di Fabio Galimberti).


Gandhi viene messo a confronto con Machiavelli e Sant’Ignazio di Loyola, teorici del fine che giustifica i mezzi,  con risultati non del tutto prevedibili. Ma soprattutto apprendiamo che :


Per un apparente paradosso, il satyagraha finisce (…) col cercare la cooperazione del proprio avversario e ad assomigliare a una delle teorie politiche più significative di questi ultimi anni: il Tit for Tat del politologo americano Robert Axelrod. Axelrod ha mostrato come, una volta compresi i meccanismi strutturali di ogni conflitto, la soluzione migliore per gli avversari, ancor meglio della vittoria dell'uno sull'altro, sia sempre quella della cooperazione reciproca. Con una differenza, però, anch'essa gandhiana: nel caso in cui uno dei due contendenti decidesse di cambiare improvvisamente atteggiamento, occorrerebbe, per ripristinare la pace, mutare immediatamente posizione e rispondere, questa volta senza esitazione, colpo su colpo, Tit for Tat.

Colpo su colpo, Tit for Tat. Secondo Gandhi. Scusate se è poco.

Gli altri due pezzi sono collegati (inserto Diplomatique).  Dario Bessarione si premura di presentare e commentare un testo diffuso la scorsa settimana dal think tank democratico Progressive Policy Institute. Ne sono autori Ronald Asmus, che ha lavorato al dipartimento di Stato con Bill Clinton, come responsabile per le politiche di sicurezza in Europa orientale, e Michael McFaul, esponente di punta del National Democratic Institute. Essi rappresentano quella importante componente del mondo democratico

che ha associato la critica all'unilateralismo neoconservatore con la necessità di dotarsi di alleanze ampie per la guerra al terrore e di una strategia di lungo periodo per la democratizzazione del mondo arabo. Si tratta dei cosiddetti «neoliberals»: politici e intellettuali convinti che la potenza americana sia una risorsa efficace solo se messa in grado di esercitare un'egemonia non coercitiva nella lotta al fondamentalismo. Impegnata a superare lo status quo nel mondo arabo - senza arrendersi all'inevitabilità dell'islamismo - con il sostegno delle istituzioni internazionali e attraverso il consenso dei principali partner europei.

La cosa più interessante è che le  idee che sono sostenute in questo testo sono alla base della Greater Middle East Initiative che l'amministrazione Bush si appresta a lanciare al vertice del G8 in programma il prossimo 8-10 giugno a Savannah, in Georgia. Bessarione va avanti informandoci che

La scorsa estate, quando il fenomeno Howard Dean stava mobilitando l'opposizione a Bush su una piattaforma che intrecciava la critica alla guerra in Iraq con il vecchio richiamo dell'isolazionismo statunitense, Asmus pubblicò una sorta di manifesto neoliberal insieme a Kenneth Pollack (l'ex analista della Cia che nel suo «The Threatening Storm» aveva auspicato un risolutivo intervento internazionale contro il regime di Saddam). Vi si leggeva, tra l'altro, che la tragedia del mondo arabo era nell'essere costretto a scegliere tra le vecchie autocrazie corrotte e il richiamo del fondamentalismo antioccidentale. E che gli Stati Uniti non avevano altra scelta se non quella di tornare ad investire sul nation building, quel metodo classicamente clintoniano che i repubblicani si erano illusi di poter liquidare. Perché la scelta fondamentale che doveva compiere Washington, scrivevano Asmus e Pollack, era tra l'Impero e la Leadership.

L’adozione di questa impostazione sarà, per l'amministrazione Bush, una sorta di capovolgimento strategico. E qualora alla Casa Bianca dovesse andarci  Kerry—che per i neoliberal ha un debole—la svolta sarebbe ancora più marcata.

Nel frattempo si moltiplicano i segnali di nervosismo da parte di alcune autocrazie arabe—quelle che per altro fino ad oggi sono state al fianco degli Usa—e di attenzione da parte della sinistra francese e tedesca. E non si fa fatica ad immaginare perché.


 




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22 marzo 2004

Zapatero? Ha fatto una campagna elettorale...

 

Nell’ intervista ad Amato su Repubblica di oggi ci sono diversi passaggi interessanti, anche se in qualche modo scontati (ma in politica c’è qualcosa che si possa dare davvero per scontato?). Comunque ci sono anche cenni di novità ancor più interessanti, in quanto assai meno scontati. Tra i primi si può citare quello (descrittivo-pedagogico) in cui  si ricorda «una delle pulsioni più terribili della sinistra: e cioè che chi si considera più a sinistra di altri identifica come proprio nemico non quello che sta dall'altra parte ma il riformista che sta da questa parte. Un antico classico, che è stato alla base della lotta fratricida tra comunisti e socialisti, in passato».

Tra i secondi spicca il seguente (interpretativo-programmatico) :

«Invito a riflettere (…) su quel che è successo nella scorsa settimana in Kosovo. I pacifisti mano i prati nei quali i bambini raccolgono i fiori. E allora: in quei prati del Kosovo tre ragazzi serbi hanno inseguito tre bambini albanesi e i bambini albanesi sono affogati in acqua, e i genitori dei bambini albanesi hanno cominciato a massacrare i serbi. Che cosa sarebbe accaduto se non ci fossero state le truppe Nato, che sono state immediatamente mandate lì per fermare la carneficina? E che cosa dicono di questo i figli e i padri dei fiori?»

[D] Questo non risolve le divergenze sull'intervento militare in Iraq.
[R] «Tornando all'Iraq, la soluzione qual è? Che noi comunque ce ne andiamo e poi Dio vede e provvede, o che dobbiamo insieme agli altri paesi europei organizzare la stessa presenza militare in modo da far sì che questa assuma un significato diverso da quella occupazione di impronta esclusivamente statunitense che ha necessariamente assunto dall'inizio delle operazioni? Che poi è esattamente il punto al quale arriverà Zapatero».

[D] Zapatero forse ci arriverà, ma oggi non è lì. Oggi chiede il ritiro delle truppe con un tono indiscutibilmente più ultimativo.
[R] «Zapatero ha fatto una campagna elettorale. Siamo onesti: è ben possibile che della sua frase complessiva - "ritireremo le truppe a giugno, a meno che..." - l'accento sia caduto più sul "ritireremo" che sull'"a meno che". Però c'è il "ritireremo" e c'è l'"a meno che”».

La riflessione di Amato si sposta quindi sull’assioma "All'opposizione e al governo una sola parola", che giustamente per l’intervistatore è l’essenza del riformismo. E qui l’analisi è come al solito penetrante e arricchita di aneddoti («ho sentito dire qualche volta, da miei amici dei partiti più duri dell'Ulivo, che alla fin fine noi ora non siamo al governo. E siccome non ci siamo, viene detto, noi ci comportiamo così come ci serve per - volendo usare la terminologia astratta della politica - rafforzare la nostra identità…»). Ora, verrebbe da dire, è chiaro che se Amato riferisce questi discorsi di certo non se li è inventati, e se non se li è inventati è evidente che la considerazione per l’elettore, da parte di chi ragiona in questo modo, è a livelli bassissimi. Ma non importa (si fa per dire), andiamo avanti.

 

Seguono tentativi commoventi, da parte del “Dottor Sottile”, di “giustificare” come normale dialettica politica all’interno della stessa compagine episodi come quello toccato al povero Fassino, e si tira in ballo persino la psicologia. Ma una frase colpisce, credo, nel segno : oportet ut scandala eveniant. Che vuol dire più o meno: meglio che le contraddizioni vengano fuori, alla luce del sole. Solo così potremo guardare in faccia la realtà e arrivare ad un dialogo costruttivo. Oppure alla rottura definitiva. Ma questa ipotesi Amato non la fa. La facciamo noi e forse sappiamo anche cosa augurarci (ma non lo diciamo a nessuno…).

Sempre su Repubblica grande spazio agli avvenimenti e ai commenti (Fassino, Prodi, Giannini) 




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20 marzo 2004

Zapatero e Zapateros

Umberto Ranieri, sul Riformista, mette in guardia la sinistra : lo zapaterismo non è, anzi, non potrà permettersi di essere, quello che sembra. E spiega perché.

 

Lo «zapaterismo» del quale alcuni si sono molto rapidamente invaghiti - vedendovi il trionfo della rivolta popolare contro la passività guerrafondaia dei servi degli Stati Uniti - si sta già rivelando ben distante da quanto lo Zapatero reale si appresta a fare come prossimo capo del governo spagnolo.


Noi qui ci auguriamo che abbia ragione lui.

 


 




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19 marzo 2004

Caricature dell'America? No grazie

Una riflessione che fa chiarezza su certi equivoci e aiuta a capire in che termini si può impostare il dibattito senza cadere nei luoghi comuni.

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La sinistra non riduca l’America a caricatura

di
FRANCO DEBENEDETTI

Per chi in Europa si riconosce in posizioni come quelle di Glucksmann, biasimare aspramente l'«idealismo rivoluzionario» di De Villepin non significa affatto condividere l'«idealismo conservatore» dei neocon americani. Anzi, se c'è un'insopportabile tendenza manifestatasi con larghezza nella sinistra europea, e soprattutto in quella italiana, è stato il sistematico tentativo di considerare senza alternativa questa scelta. Talché chi ha manifestato e argomentato le proprie perplessità per il no sostenuto dalla parte maggioritaria della sinistra, si trova a esser spesso indicato con disprezzo come servo dei neocon americani. È una sciocchezza, che purtroppo dice molto del dogmatismo ideologico che ancora permea tanta parte della sinistra, nel nostro Paese e non solo. Certamente la profonda frattura critica che si è rivelata su questi temi anche nella campagna elettorale americana è un fenomeno innegabile e di straordinaria importanza. Ma, con tutto il rispetto, credere che gli elettori americani faranno proprie le posizioni espresse da un Tariq Ali nel suo Bush in Babylon - The Recolonisation of Iraq , o che si strappino di mano l'edizione americana di Après l'Empire di Emmanuel Todd in cui si profetizza il tramonto dell'America, significa non sapere che cosa è l'America. (...) Io credo al contrario che una solida sinistra europea riformista, attenta alla concretezza della necessità della lotta al terrorismo e a dispiegare con credibile forza una propria linea di intervento attivo per bilanciare la tendenza americana all'unilateralismo abbia bisogno di abbeverarsi ad altre fonti.
Magari ad America Unbound di Ivo Daalder e James Lindsay, due solidi veterani dell’amministrazione Clinton, che pur avanzando critiche solide ai risultati sin qui ottenuti dall'amministrazione compiono un'analisi spassionata della Bush Revolution . Innanzitutto attribuendola a lui e non a una cricca di pazzoidi neocon, stralunate caricature del dottor Stranamore, come sono sistematicamente dipinti i vari Irving Kristol, Robert Kagan, Richard Perle e Paul Wolfowitz da una certa sinistra europea. L' assertive nationalism di Condoleezza Rice e Dick Cheney ha poco a che vedere con la radicalità di un filone politico che chiede interventi militari a tappeto in Arabia Saudita, Siria e Iran come ieri in Iraq. Ed è con quell' assertive nationalism che bisogna fare i conti. Per bilanciarlo ed eventualmente contrastarlo meglio bisogna insomma imparare a capirlo, accettare la realtà vera che esprime dell'America, senza rifugiarsi in un antiamericanismo d'antan che rende ciechi intellettualmente e nani diplomaticamente.

(Corriere della Sera, 19 marzo 2004)

 




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19 marzo 2004

Perché la sinistra sbaglia sulla guerra in Iraq

Un’intervista a Christopher Hitchens del febbraio scorso spiega perché difendere la guerra in Iraq “è di sinistra”.

 

The leftist position is that co-existence with totalitarian dictatorship is undesirable and impossible. That's the principle position. That is, or should be the left position. It used to be.

 

The president, or some of his advisers, are right on the main point, which is "if you try and change our regime, we'll change yours. We can do it and you can't, and your people will be better off and ours wouldn't have been."

 

Hitchens è autore di diversi libri e scrive su Vanity Fair, Atlantic Monthly, Slate e Washington Post. Thanks to Normblog.

 

 




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